La Cattedrale di Ascoli Piceno dedicata a S. Emidio

Forse un tempio pagano dedicato alle muse, forse a Giunone: la cattedrale di Ascoli Piceno, che troneggia sulla splendida Piazza Arringo, ha radici antiche che rimandano al IV secolo e che testimoniano la storia di una intera città. L’imponente facciata progettata ai primi del 1500 da Cola dell’Amatrice introduce subito alla caratteristica principale dei luoghi: quel travertino che rende il centro storico di Ascoli Piceno assolutamente unico.

All’ombra della cattedrale sta, lineare e composto, il Battistero di San Giovanni, esemplare esempio di architettura religiosa in stile romanico. Senza questo gioiello, la cattedrale di Ascoli Piceno mancherebbe del suo piccolo e devoto compagno.

Intitolata al santo martire Emidio di Trier, protettore dai terremoti e patrono della città, la cattedrale da oltre mille anni ne accoglie le reliquie.

La vita di Sant’Emidio la raccontiamo QUI.

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La facciata

La facciata del duomo fu realizzata tra il 1529 ed il 1539 su disegno di Cola dell’Amatrice. Costruita in blocchi di travertino, provenienti dalla cava di Rosara, è composta da tre sezioni divise da quattro colonne corinzie. Al di sopra delle colonne compaiono l’architrave, il fregio ed il cornicione.

Agli estremi della facciata si innalzano due torri a base quadrata, sempre di travertino, edificate nell’anno mille: quella di destra, ricostruita nel 1592 dopo un crollo, funge da torre campanaria. Quella sinistra, mai completata, sporge appena sopra la facciata.

Al centro della facciata si apre il grande portale d’ingresso. Ai lati del portale, le due grandi nicchie ospitano sedili in pietra.

Le campane

Il concerto campanario della cattedrale è composto da cinque campane. Il campanone, indicato con il nome di Emidio, fu realizzato, nella sua prima versione, sul finire del 1500. Varie vicissitudini portarono a ripetute rifusioni fino alla versione, quella attuale, realizzata nel 1655 e costruita, secondo la regola del tempo, con il diametro della bocca pari all’altezza (in questo caso circa 160 cm) e con un peso superiore ai 35 quintali. Emidio suona un si-bemolle. Le altre campane sono: la Marina, del 1594, posta ad est verso la costa adriatica, altezza e diametro di circa 130 cm, suono baritonale; la Polisia, che guarda al monte Ascensione (Polisio) e ricorda il sacrificio della giovane convertita da Sant’Emidio, fusa nel 1630, precipitata sul tetto della cattedrale una domenica mattina del 1910 e rifusa nel 1913 con circa 100 cm di bocca-altezza e oltre 20 quintali di peso; la Lucertola, dal simbolo su di essa effigiato dei fonditori, i fratelli aquilani Donati, circa 80 cm di misure diametro-altezza, realizzata, probabilmente in rifusione, nel 1771 e denominata anche “del matutino” (a segnare la corrispondente ora del breviario); l’ultima campana, la più piccola, che insieme alla Lucertola volge verso il colle San Marco, è appunto infine la Marcuccia, realizzata anche questa in rifusione da un esemplare medievale nel 1790. Le campane della cattedrale, elettrificate solo intorno agli anni ’50, sotto tutte funzionanti e distendono ancora oggi in città il loro suono gioioso.

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L’interno

Il duomo di Ascoli Piceno, in stile romanico-gotico, è su pianta a croce latina, con tre navate divise da sei pilastri ottagonali. Sui due lati, le pareti  mostrano oggi splendidi conchiglioni in travertino quattrocentesco posti sulle esedre, divisi da lesene sormontate da capitelli corinzi. Possiamo ammirarli da poco più di un decennio poiché, solo in occasione dei lavori per il Giubileo del 2000, si decise di liberarli dagli stucchi ottocenteschi che li ricoprivano completamente.

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Il presbiterio è sopraelevato, come tutto il transetto. Quest’area della cattedrale ha subito varie modifiche nei secoli. L’originario accesso alla cripta, attraverso una scalinata centrale in asse con la navata centrale, fu modificato nel XVI secolo con due scalinate nelle navate laterali. Di nuovo, durante i lavori di fine 1800 su progetto dell’architetto Giuseppe Sacconi, l’ingresso fu riportato sotto la navata centrale, ampliato rispetto a quello di età romanica. In occasione dei lavori del 1967 per l’adeguamento del presbiterio, in linea con le indicazioni del Concilio Vaticano II, fu nuovamente chiuso l’accesso centrale (furono ripristinate le scale laterali di accesso alla cripta) con la collocazione della cattedra episcopale e dell’ambone nella attuale posizione.

Sul transetto si eleva la cupola a base rettangolare, sviluppo ottagonale e chiusura ellettica, probabilmente dell’VIII secolo.

La cappella del Santissimo Sacramento

Procediamo sulla navata destra. Al termine, prima della scalinata, troviamo la cappella del Santissimo Sacramento, aperta al culto il 3 agosto del 1838. Di forma esterna ottagonale con pianta interna a croce greca, è sormontata da una cupola con lanternino, anch’essa ottagonale. Qui troviamo lo stupendo e famoso polittico realizzato da Carlo Crivelli nel 1473 per volontà del vescovo Prospero Caffarelli. Ci troviamo di fronte ad un’opera straordinaria, certamente la più importante dell’artista veneto che nelle Marche operò per quasi trent’anni.

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Il polittico del Crivelli

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Il polittico è a tre registri. In quello centrale troviamo una Madonna col Bambino in trono e quattro immagini laterali con santi a tutta figura: (da sinistra verso destra) San Pietro, San Giovanni Battista, Sant’Emidio e San Paolo.

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La Madonna è seduta su un trono, coperta da un manto blu ricamato d’oro; il suo sguardo, che a molti appare mesto, è rivolto al Bambino che regge tra le mani la mela del peccato originale. Sul gradino si legge la firma dell’artista e la data. I quattro santi laterali sono disposti in modo non casuale, a costituire un continuo rimando di posture e riferimenti. Il primo da sinistra, San Pietro è concentrato nella lettura nella sua veste lucente d’oro. Giovanni Battista, rappresentato in un ambiente scarno e desolato che potrebbe essere un deserto, mostra il suo volto contratto e penitente: sulla sua mano si contano muscoli e vene, sul viso le guance scavate.

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A destra della Vergine prende posizione il vescovo Sant’Emidio, ancora giovane in stupendi abiti sacerdotali. E’ l’unico personaggio posto di fronte al visitatore ed il suo piviale è un’opera nell’opera per la presenza di ricami raffiguranti i dodici apostoli. Alla sua destra troviamo San Paolo: con una mano saldamente afferra lo spadone mentre con l’altra sostiene il libro aperto a favore del visitatore. Il suo volto guarda di traverso lo spettatore con forte espressività, quasi a volerne seguire attento le mosse.

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Sul registro superiore troviamo al centro una splendida Pietà con altri quattro santi laterali a mezza figura: Santa Caterina d’Alessandria, San Girolamo, San Giorgio e Sant’Orsola. Nella Pietà, il Crivelli segna livelli di espressività altissimi. Attorno al corpo del Cristo morto, incredibilmente ricco di dettagli, si serrano, in una composizione drammatica, i volti di Maria e dell’apostolo Giovanni, disperati e piangenti. Spicca, nella scena, il volto e l’atteggiamento di Maddalena, china sulla mano trafitta del Cristo, apparentemente più distaccata ma non per questo meno partecipe. I santi che affiancano la scena, che a differenza di quelli sottostanti sono a mezzo busto, continuano nel gioco di rimandi di cui si è prima accennato. Per i santi del registro superiore, a mezza figura, si ripropone l’alternanza di pose già descritta per la sezione centrale. A Caterina, la prima da sinistra, che rivolge lo sguardo al visitatore fa da contrappunto Girolamo che invece lo guida al tempio sorretto in mano. A destra della Pietà troviamo invece due raffigurazioni di inattesa straordinaria eleganza: sono San Giorgio, in abbigliamento da cavaliere con il copricapo rosso, e  Sant’Orsola, con in mano il tradizionale vessillo bianco con croce rossa, segno di vittoria sulla morte per mezzo del martirio.

In basso, nella predella, l’unica del Crivelli pervenuta integra fino ai nostri giorni, troviamo il Cristo benedicente e dieci apostoli, non tutti identificabili. Accanto al Salvatore del Mondo col il globo in mano, troviamo coppie di personaggi che sembrano interagire, talvolta in maniera curiosa. Come nel caso della prima coppia di sinistra, in cui un giovane ed infervorato apostolo dai capelli neri viene completamente ignorato da San Matteo, totalmente assorto nella lettura del libro le cui pagine rivela allo spettatore. Spostandosi verso destra troviamo Sant’Andrea e San Giovanni nel pieno di quella che, dal pugno serrato del primo e dal libro posto a protezione dal secondo, sembra una appassionata discussione forse oltre i limiti. Anche Pietro e Paolo, ai lati del Cristo, sembrano impegnati in una qualche conversazione ma qui il tono ritrova la sua misura in gesti pacati di saggezza. Andando ancora verso destra ancora una coppia, forse San Matteo e San Giacomo, nel corso di una animata discussione in cui addirittura, tra le mani del primo, compare un grosso coltello piuttosto minaccioso (ma potrebbe essere semplicemente San Bartolomeo nella sua iconografia classica, ritratto spesso con il coltello perchè morto scuoiato). Originalissima appare poi la posa dell’apostolo ritratto di spalle, secondo alcuni San Giovanni secondo altri San Giacomo, nell’atto di srotolare un cartiglio, con cui si incrocia, in un mirabile gioco di piani complementari, un altro apostolo dalla espressione curiosa.

Il paliotto in argento

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Sempre nella cappella del Santissimo Sacramento troviamo, sul frontale dell’altare, un pregevole paliotto in argento della seconda metà del XIV secolo. Composto da 27 formelle quadrate disposte su tre ordini, divise tra loro da piccoli listelli in lamina d’argento che ad ogni angolo compongono un fiore, il paliotto è probabilmente opera di oreficeria abruzzese. Le scene in argento sbalzato costituiscono una completa ricostruzione della vita di Gesù basata principalmente sui Vangeli sinottici ma, sorprendentemente, anche con citazioni dai Vangeli apocrifi. Nel primo ordine troviamo (da sinistra): l’Annunciazione, il Sogno di Giuseppe, la Visitazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi, la Presentazione al tempio, la Fuga in Egitto, la Disputa di Gesù tra i Dottori, le Nozze di Cana. Nel secondo ordine si possono ammirare: il Battesimo, le Tentazioni nel deserto, la vocazione di Pietro e Andrea, la Guarigione del cieco, la Resurrezione della figlia di Giairo, la Resurrezione di Lazzaro, l’Ingresso in Gerusalemme, l’Ultima Cena, l’Orazione nell’orto. Nel terzo ordine, infine, troviamo: la Cattura, la Flagellazione, la Salita al Calvario, la Crocifissione, la Resurrezione, la Discesa al Limbo, il Noli Me Tangere, l’Incredulità di Tommaso, l’Ascensione. E’ quasi certo che la versione originaria del paliotto vedesse solo ventiquattro formelle e che, dunque, tre (la sesta, la settima e l’ottava del terzo ordine) furono aggiunte in seguito ad una diversa ricomposizione dell’insieme nella seconda metà del Quattrocento. Il paliotto in argento rappresenta una delle opere prerinascimentali di oreficeria più importanti di tutto il centro Italia.

Il tabernacolo di San Vittore

Sull’altare della cappella è infine collocato un delizioso tabernacolo in legno dorato e dipinto, presumibilmente del XVI secolo e, con qualche ambizione, attribuito a Cola dell’Amatrice. Si tratta di un piccolo tempio con grande ricchezza di particolari architettonici finemente lavorati in intaglio e piccoli dipinti policromi e monocromatici. La facciata anteriore, così come quella posteriore non visibile, sono chiuse da un portoncino su cui campeggia l’immagine del Cristo Risorto. Una complessa struttura si erge sulla pianta poligonale proponendo finestre cieche, colonne e frontoni in uno sviluppo verticale che culmina con il tiburio a nicchie. Questo tabernacolo proviene dalla chiesa di San Vittore e sostituì quello presente originariamente nella cappella, una impegnativa opera di Desiderio Bonfini datata 1619,  attualmente visibile nella chiesa di San Pietro Martire.

La cappella del Santissimo Crocifisso

Proseguendo oltre e salendo le poche sale ci si trova davanti alla Cappella del Santissimo Crocifisso, un’opera del XV secolo sicuramente di scuola marchigiana.

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L’altare maggiore

Rivolgiamo l’attenzione all’altare maggiore del XIII secolo, con colonne in marmo nero, sormontato dal ciborio ligneo eretto nel 1895 su disegno dell’architetto Giuseppe Sacconi. Le quattro edicole d’angolo accolgono le statue dei Dottori della Chiesa. Le statue poste nelle sovrastanti nicchie frontali sono invece quelle dei quattro evangelisti. Tutte le sculture del ciborio sono opera di Giorgio Paci. L’insieme dorato, un misto di gotico e bizantino, si staglia plasticamente sullo sfondo della cupola.

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Le pitture del Mariani

Le pitture che rivestono la cupola, le volte delle navate e l’abside furono realizzati dal romano Cesare Mariani, che li completò nel 1891 dopo ben sette anni dall’avvio dell’opera. Al centro della cupola figura, in uno splendido cielo turchino, il Cristo Pantocratore di riferimento paleocristiano, circondato da quattordici cherubini. Nell’aureola sono riportati i simboli dei quattro evangelisti. Poco sotto dieci angeli vestiti di bianco mostrano la croce della resurrezione, il velo della Veronica e i simboli della passione. Ancora sotto, dodici figure di santi venerati a diverso titolo dalla prima Chiesa ascolana: tra questi Santa Polisia e San Giacomo della Marca. Di particolare interesse risultano le pareti del tamburo, in cui il Mariani rappresenta otto scene peculiari della vita di Sant’Emidio. Ne “La conversione di S. Emidio”, il santo è un giovane in ascolto ma già illuminato dalla luce di Cristo nei suoi primi passi a Treviri; l’anziano con il dito rivolto ai cielo è lo stesso Mariani, che si autoritrae. In “S. Emidio trascinato al tempio di Giove” per compiere un sacrificio, il santo implora Dio e questi scatena un terremoto.

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Nella scena “Ingresso di S. Emidio ad Ascoli Piceno” (per lungo tempo, a causa di un iniziale errore di trascrizione, si è citata la non più esistente città di Pitino), il santo entra nei territori della Chiesa ascolana: sullo sfondo una rocca e le montagne innevate. Seguono “S. Emidio guarisce un paralitico”, “La conversione di Polisia” e “Il battesimo di Polisia”:

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qui siamo sulle rive del fiume Tronto, proprio sotto il ponte di Porta Solestà, e Polisia, in ginocchio, è accompagnata dalla sua fida ancella Glafira; anche qui il Mariani si ritrae, con in mano la tavolozza ed il pennello, lasciando scorgere dietro di sé il discepolo Luigi Bartolucci. Di grande impatto la scena de “La decapitazione di S. Emidio” e dei suoi primi discepoli Euplo e Germano, in cui il santo cammina verso il luogo della sepoltura tenendo tra le mani la testa mozzata.

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L’ultima delle otto scene del ciclo pittorico della cupola è “La traslazione del corpo di S. Emidio” dalle catacombe di Campo Parignano alla cripta della cattedrale. Nei pennacchi si possono riconoscere le virtù della fede (con il vestito bianco), della speranza (in abito variopinto), della carità (con il vestito rosso ed il mantello bianco) e della fortezza (con il manto rosso), rappresentate da figure femminili. Ancora più sotto troviamo le dodici pecorelle rappresentanti gli apostoli, che guardano all’agnello con il nimbo, il Cristo, posto esattamente al centro. Nella volta che raccorda l’abside alla cupola Sant’Emidio è assiso in trono tra due angeli mentre la mano divina lo incorona. Ancora di particolare rilievo la decorazione raffigurante Maria Assunta al cielo, in cui troviamo la riproduzione della città di Ascoli Piceno, con il Duomo ben visibile ed il monte Ascensione sullo sfondo. Nelle vele delle campate della navata centrale troviamo i dodici apostoli e quattro dottori della chiesa.

Il coro ligneo

Non possiamo non dedicare uno sguardo al coro ligneo posto alle spalle dell’altare, lungo le pareti del presbiterio. Realizzato in stile gotico, tutto in noce, il coro è opera, nella struttura originaria, del maestro locale Giovanni di Matteo. L’esistente rappresenta una fusione di diversi lavori, operata nel 1547, dal nipote dell’autore, il maestro Grifone. Grifone, in seguito ai lavori di ampliamento dell’abside della cattedrale, fu chiamato ad effettuare l’assemblaggio di due diversi lavori del nonno: una prima installazione già in loco, datata 1448 e consistente in tredici stalli, ed una seconda, di diciotto stalli, realizzata nel 1443 per il completamento del coro della chiesa di San Pietro Martire. Non si trattò di un lavoro facile per via delle diversità tra le due realizzazioni ed in alcuni punti furono necessarie delle forzature: una su tutte, più percepibile ad occhio non esperto, la ricostruzione ed il reinserimento della cattedra episcopale. Oggi l’intero coro si compone di 40 stalli distribuiti su due ordini: 16 in quello inferiore e 24 in quello superiore. Ai lati del seggio episcopale figurano quattro pannelli, intagliati e dipinti policromamente con grande ricchezza di dettagli, raffiguranti Sant’Emidio, l’Arcangelo Gabriele, l’Annunziata e San Giovanni Battista.

La sagrestia

Naturalmente non sempre è accessibile ma, qualora sia possibile, non è da perdere una visita alla sagrestia della cattedrale, con accesso oltre la cappella del Sacramento, subito a destra dopo le scalette. Entriamo in un ambiente poco luminoso e austero, costruito nei primi anni del 1400 con volte a crociera. Balzano all’occhio i grandi armadi accostati alle pareti tra cui il più noto, lungo poco meno di dieci metri, realizzato nel 1565 dall’intagliatore Antonio Moys di Anversa (Antonius Moys De Antuerpia). Realizzato in noce, il mobile è composto da quattordici sportelli e sovrastato da un pannello di dodici specchi. L’intero armadio è arricchito da decorazioni di trofei romani, guerrieri, mascheroni, strumenti musicali, triglifi e due intarsi colorati: La Crocifissione e Il Paesaggio. La parete nord della sacrestia mostra i conci di travertino scolpiti millecinquecento anni fa.

Dalla sagrestia si accede all’orto della canonica, attraverso il quale si possono raggiungere l’Archivio Capitolare, la Sala delle riunioni dei Canonici e la sagrestia minore detta Capitoletto.

I monumenti funerari

Sui pilastri delle navate sono presenti numerosi monumenti funerari. Il più antico, posto in alto su un pilastro esterno della crociera, è quello di Girolamo Santucci, realizzato nella prima metà del XVI secolo. Il più imponente, vicino all’altare centrale, è invece quello di Gaspare Sgariglia ucciso nel 1553 in giovane età durante dei tumulti a Porta Romana. Altri pregevoli monumenti funerari li troveremo nella cripta.

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La cappella della Madonna delle Grazie

Spostandoci sulla navata nord della cattedrale, troviamo, nel transetto, la cappella della Madonna delle Grazie istituita nel 1958 dal vescovo Marcello Morgante. Sull’altare di marmo policromo, del 1894, è collocato il tabernacolo a forma di tempietto rinascimentale del 1567, forse tra le prime opere realizzate per la custodia dell’eucarestia a seguito delle disposizioni del Concilio di Trento. In questa cappella troviamo anche una delle immagini più care ai fedeli ascolani: un dipinto a tempera su tavola di Pietro Alemanno raffigurante la Madonna delle Grazie, racchiusa in una cornice barocca in legno dorato. Nella seconda metà del 1400, all’Alemanno fu chiesto di riprodurre l’immagine dell’antica Madonna donata al clero da Nicolò IV, papa ascolano del XIII secolo, che la tradizione voleva dipinta da San Luca Evangelista. L’immagine originale, molto venerata in città, fu dapprima chiamata Madonna del Clero, perché appunto donata al clero, poi del Giro, per il suo peregrinare nelle varie parrocchie della città. L’originale però andò distrutto da un incendio. A causa di questo evento e della incessante venerazione dei fedeli, si reputò opportuno commissionare la copia all’Alemanno.

I mosaici delle pareti raffigurano papa Giovanni XXIII e la proclamazione della Madonna delle Grazie a co-patrona della diocesi, avvenuta il 31 maggio 1961.

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La cripta di Sant’Emidio

E’ il momento di scendere nella cripta di Sant’Emidio. Come abbiamo già detto, l’ambiente fu originariamente realizzato nella metà dell’XI secolo per accogliere le reliquie del santo patrono, rinvenute nelle catacombe di Campo Parignano. L’attuale aspetto della cripta si deve però ai lavori dei primi del 1700, affidati a Giuseppe Giosafatti. Il primo intervento del noto architetto non fu un successo e si concluse con il crollo delle volte non appena liberate dalle armature. Quando nel 1708 la cripta fu finalmente agibile, ai visitatori si presentò lo stesso spettacolo di cui possiamo godere oggi: un ambiente quadrangolare, ripartito in sette piccole navate, diviso da 63 colonne (di cui 28 in marmo rosso di Verona, le restanti in travertino), in cui troneggia il gruppo marmoreo di Sant’Emidio che battezza Polisia. Siamo in un ambiente raccolto e complesso, in cui la luce alta laterale costruisce percorsi e riflessi suggestivi.  Il centro della cripta è occupato dal sarcofago romano del IV secolo che custodisce le reliquie di Sant’Emidio insieme a quelle dei suoi compagni, come recita l’iscrizione sul bordo superiore “cum sociis aliis Emindius hic requiescit”. Subito dietro l’urna è posta l’imponente opera completata nel 1730 da Lazzaro Giosafatti, figlio di Giuseppe, su commissione dell’arcidiacono Luigi Lenti. La scultura, in splendido marmo bianco di Carrara, racconta il momento che segna la vita dei due santi: proprio per il battesimo della sua giovane figlia, il prefetto Polimio, adirato, fece arrestare il vescovo Emidio e lo fece decapitare mentre Polisia, fuggì sul monte Ascensione e lì scomparve in un crepaccio.

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Nella piccola abside di sinistra, all’interno di una nicchia, è La Pietà del XV secolo, in terracotta, meglio conosciuta come Madonna del Pianto.

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Nell’abside di destra, invece, troviamo la statua di San Biagio, sempre in terracotta, realizzata da Domenico Paci nella prima metà del 1800. Quest’opera proveniva dalla chiesa di San Biagio, un tempo esistente accanto alla cattedrale (recentemente ne è stata evidenziata la pianta sulla nuova pavimentazione della piazza) e, da sempre, nella tradizione del culto ascolano: le ciambelle di San Biagio sono ancora un prodotto caratteristico della ricorrenza del 3 febbraio, giorno successivo alla Candelora.

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Sempre dalla popolarità della piccola chiesa deriva il famoso detto locale “San Biagio fa la carità al Duomo” ad intendere che anche il piccolo contribuisce all’opera del grande.

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Sulla destra, sotto i finestroni che affacciano sul piano stradale e davanti ai quali i passanti tradizionalmente si segnano, prende posto il singolare monumento funerario di Costanzo Malaspina, condottiero della nobile famiglia ascolana, morto a 40 anni sotto le insegne papali durante una spedizione contro i principi tedeschi nella metà del 1550. La figura del Malaspina è curiosamente ritratta in posa sognante, con la testa retta sul gomito appoggiato all’elmo. Il corpo è sdraiato sul sarcofago, decorato con armi ammucchiate forse ormai in disuso, ai cui lati è posizionato l’angelo che sostiene lo stemma di famiglia.

Altro rilevante monumento funerario presente nella cripta, l’unico nella cattedrale in memoria di una donna, è quello in onore della marchesa Fulvia Della Torre Caucci, realizzato nel 1740 sempre da Lazzaro Giosafatti: il sarcofago in marmo nero, riportante una lunga iscrizione con i nomi dei committenti, è avvolto in un drappo di quarzo giallo-marrone di notevole realizzazione.

Risale al secondo dopoguerra l’intervento più recente nella cripta. Nel 1950, il vescovo Ambrogio Squintani, per celebrare lo scampato pericolo di Ascoli Piceno dichiarata “città ospedaliera”, commissionò, in larga parte con fondi personali, all’artista Pietro Gaudenzi il disegno di mosaici sulle pareti circostanti la tomba di Sant’Emidio. Lo stesso vescovo Squintani volle interpretare i quadri con una lettera pastorale, “O beate Emigdi”, diffusa nella Quaresima del 1953, in occasione del trentatreesimo cinquantenario del martirio di Sant’Emidio. L’opera, realizzata dallo Studio del Mosaico del Vaticano e terminata nel 1954, ha oggi un valore storiografico oltre che artistico.

I mosaici del Gaudenzi

Iniziando la lettura dalla parte destra troviamo il primo quadro, “Processione di penitenza”, in cui, sullo sfondo della chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, sfila la processione penitenziale dopo il terremoto del 1943, verificatosi in piena tempo di guerra. Segue il quadro “Ascoli dichiarata città aperta”, in cui Papa Pio XII affida a Padre Pfeiffer l’incarico di perorare la causa di Ascoli presso il Comando tedesco.

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Il quadro della “Messa al campo” ha elementi di straordinaria storicità: ritrae gruppi di partigiani che assistono ad una celebrazione eucaristica, con il fazzoletto rosso al collo ed il fucile in spalla. Si tratta di una immagine che sicuramente ha una sua unicità. Ne la “Processione di ringraziamento” lo scenario è quello di Piazza del Popolo: il vescovo Squintani porta in processione il “Braccio di Sant’Emidio” e l’effetto è quello di sentito ringraziamento per la fine delle ostilità.

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Ancora verso sinistra troviamo la “Carità sui monti”, a testimonianza dello straordinario ruolo svolto dalle popolazioni picene in favore dei prigionieri anglo-americani e degli ebrei.

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Ma eccoci subito tornare alla “Scena del terremoto”: sullo sfondo della cattedrale e del battistero si agitano le figure spaventate delle donne che il 3 ottobre del 1943 furono colte in casa da un terribile sisma e si affidarono alla protezione di Sant’Emidio. Emblematica l’iscrizione sul basamento: “La terra tremò e torno quieta, mentre Emidio pregava per noi”. Il ciclo di mosaici termina con il quadro della “Ritirata dei soldati tedeschi”, avvenuta il 16 giugno del 1944, e descrive l’abbandono della città di un esercito ferito e sbandato che nulla ha più della potenza e dell’arroganza degli invasori.

Esiste un piccolo giallo legato ai mosaici della cripta ma, ancora prima, alla storia della città. Si tratta dell’incontro nel gennaio del 1944 tra il vescovo Squintani e il Federmaresciallo Kesserling: incontro sicuramente avvenuto ma mai citato in alcun documento storico, a cui accenna il segretario di mons. Squintani, don Sante Nespeca, nel testo di “notizie storiche” sul vescovo cremonese pubblicato nel 1983. Questo avvenimento, che tanta parte potrebbe aver avuto per la sorte della città ma anche per il destino del presule, fu ritratto da Pietro Gaudenzi in un cartone da destinare ai mosaici del Duomo (“Incontro del Vescovo e del Generale Kesserling nel Battistero”) ma non fu collocato “per gravi motivi”. Sicuramente le polemiche scatenate da Kesserling nell’immediato dopoguerra (da cui l’epigrafe del 1952 di Pietro Calamandrei “Lo avrai
camerata Kesserling il monumento che pretendi da noi italiani
”) fecero preferire questa soluzione.

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Dalla cripta è visibile l’accesso ai cunicoli, probabilmente del XV secolo, che, utilizzati inizialmente come luogo di sepoltura, furono poi ampliati e utilizzati come camminamenti sotto la città.

La porta della Musa

L’ingresso laterale della cattedrale, in stile tardo rinascimentale, è chiamato Porta della Musa. Ornata da lesene corinzie che reggono un timpano semicircolare, prende il nome dall’epigrafe in latino e volgare, secondo alcuni addirittura dell’anno 1000 ma più probabilmente del 1400, sulla lapide presente sulla parete esterna del transetto: “La Musa. Il nome che tenni una volta, rinnovata terrò. Mi chiamo Porta della Musa. Così come prima ero detta”.

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Varie ipotesi sono state fatte sull’autore dell’opera, che per lungo tempo è stata attribuita anche a Carlo Crivelli, ma ad oggi non esistono risposte certe. E’ invece noto l’autore dei pregevoli battenti in legno, su cui vediamo residui decori di rose, databili nella seconda metà del 1400: si tratta dell’ascolano Francesco di Giovanni. Alla porta si accede tramite una scala ornata da una balaustra in travertino, che fu costruita nel 1841 su progetto dell’ing. Gabriele Gabrielli.

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L’esterno della cattedrale

Continuando sul lato esterno verso la parte posteriore del duomo, si possono ammirare, nella parte del transetto, gli imponenti blocchi di travertino di sicura epoca romana  utilizzati per il nucleo originale dell’edificio. Le aperture sulla parete a circa 80 cm da terra sono le finestre della cripta di cui abbiamo già parlato. Proseguendo ancora verso est si trovano le due abisidi laterali, di forma ottagonale, e l’abside centrale, alla cui base un blocco di travertino reca l’incisione “CAESARI TRIBUNITIA POTESTATE”.

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Scarica qui sotto l’audioguida di questo testo in formato mp3 per la visita alla Cattedrale 

audio la Cattedrale

Autore dell'articolo: Redazione