Montefortino, la storia nel verde

Incastonato nell’anfiteatro naturale dei monti Sibillini, ad una altitudine di 638 metri, Montefortino è tra i borghi più affascinanti del territorio piceno.

A fronte di poco più di mille abitanti il piccolo comune, oggi ricadente sotto la provincia di Fermo, ha un territorio molto vasto ed è, ad esclusione del capoluogo, il primo comune della provincia per estensione. Ne deriva una densità di popolazione da far sorridere ma anche da invidiare: 15 abitanti per chilometro quadrato.

Sarà anche per questo che il piccolo paese offre al visitatore una immagine di quiete, ma anche di storia e di natura. Lo splendido incasato antico, costruito lungo semicerchi concentrici, si apre a tratti a paesaggi mozzafiato con vista sulle montagne più alte e più belle dei Sibillini: il Vettore, la Sibilla, il Pizzo Regina, il monte Amandola.

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Lo stemma comunale raffigura proprio i monti Sibillini, sovrastati da due alberi con in basso i tre fiumi locali: Tenna, Ambro e Cossudro.

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Se alcuni riferimenti storici fanno risalire i primi insediamenti al periodo dell’Impero di Augusto (29 a.C. – 19 d.C.), la costruzione del borgo fortificato risale, invece, al XII secolo. Montefortino diventa libero comune con proprio statuto nel 1084. Nella prima metà del Quattrocento il piccolo centro passa dal possedimento di Fermo a quello di Camerino e poi nella Signoria degli Sforza. Nel 1586 è sotto lo Stato Pontificio e nel 1860 infine nel Regno d’Italia.

Una passeggiata per le stradine di Montefortino porta alla scoperta di piccoli tesori. L’ingresso principale al borgo è attraverso la bella Porta Santa Lucia, posta sul versante orientale delle mura. Edificata intorno al 1200, conserva anche il sovrastante locale del custode e la laterale torre militare.

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Bastano pochi metri sulla via principale per arrivare alla Casa delle Colonne, detta anche Tempietto dell’Orologio, una originale costruzione ideata dall’artista e collezionista Fortunato Duranti, nato a Montefortino nel 1787 e qui tornato definitivamente da Roma nel 1840. Duranti modifica la struttura originaria dell’edificio disegnando una facciata neoclassica. L’aggiunta della torre dell’orologio è invece dei primi del Novecento.

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La figura di Fortunato Duranti, che ritroveremo all’interno della pinacoteca che porta il suo nome, è decisamente singolare. La recente mostra a lui dedicata per i 150 anni dalla morte ha raccontato l’estro di un “artista di genio stravagante”, “singolare ottocentista”, “espressione di una eroica scapigliatura neoclassica”, come da definizioni di alcuni critici.

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Duranti, artista del quale si conservano più di tremila disegni e pochissimi dipinti, giunge a Roma prima del 1807 grazie all’appoggio del cardinale Bernardino Honorati e, malgrado una notevole capacità nel disegno e nella pittura, subito mostra maggiore interesse per la vita dell’Urbe che per gli studi. Per carenza di commesse artistiche inizia molto presto una attività di commercio antiquario non disgiunta dal collezionismo: si interessa in particolare a dipinti, disegni, stampe e incisioni. Non smette però mai di creare: intorno al 1830 elabora quello “stile quadrato”, che caratterizza gli anni centrali della sua produzione grafica. Dopo una sfortunata missione in Austria, organizzata per procedere alla vendita di alcuni dipinti antichi ma finita addirittura con un arresto, Duranti torna a Roma e qui si manifestano i primi segni di squilibrio mentale. Una progressiva forma di alienazione lo porta a disegnare instancabilmente e a completare i suoi fogli con iscrizioni spesso indecifrabili. L’artista muore a Montefortino il 7 febbraio 1863.

Più di mille suoi disegni si conservano a Fermo, presso la Biblioteca Comunale mentre a Montefortino, nel Palazzo Leopardi, è allestita la ricca collezione di dipinti che Duranti donò al suo comune di nascita: le tavole di Perugino e Lorenzo di Credi, le tele di Giaquinto e Conca, le nature morte di Spadino e Munari, le opere di Luti, Untepergher e Camuccini, i curiosi lavori di Malpiedi danno infatti vita ad una collezione inaspettata.

La Pinacoteca Fortunato Duranti sorge all’interno del Palazzo Leopardi, edifico cinquecentesco fatto costruire da Desiderio Leopardi, appartenente ad un ramo cadetto della famiglia di Recanati.

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La famiglia Leopardi vi risedette fino al 1800, quando l’edificio venne acquistato dai Duranti, grandi proprietari terrieri omonimi dell’artista ma non imparentati, per essere poi donato al Comune. Costruito in mattoni con inserti in travertino, ha una facciata in stile rinascimentale. Di pregio anche il grande portale di accesso in travertino che presenta, nella chiave di chiusura dell’arco, il volto di un fauno sormontato dallo stemma. L’interno del palazzo è un susseguirsi di sale dipinte e soffitti affrescati, luogo quanto mai consono ad ospitare una raccolta di opere d’arte.

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La raccolta di Fortunato Duranti riflette il gusto del suo proprietario, che nel 1850 la dona al Comune. Tra le opere presenti si distinguono: il trittico di Pietro Alemanno che ritrae il “Cristo sul sepolcro”, la “Madonna con il Bambino tra i Santi Sebastiano e Cosma”, “Santa Lucia”; ancora di Alemanno una “Madonna in trono”; una “Madonna che adora il Bambino” di Jacopo del Sellaio; la grande pala di Pier Francesco Fiorentino raffigurante una “Madonna col Bambino in trono fra gli arcangeli Michele e Raffaele con Tobiolo”; una lunetta attribuita a Nicola di Maestro Antonio con “Santa Lucia fra i santi Antonio di Padova e Bernardino”; il “Cristo della Passione” del Perugino; il “Bambino addormentato” di Guido Reni; “San Giorgio e il drago” di Raffaello Sanzio.

Da non perdere nemmeno i bozzetti di Corrado Giaquinto ed i singolari monocromi di Cristoforo. Complessivamente la sezione dedicata alle opere pittoriche e ai disegni vanta 146 opere che, attraversando un arco di tempo che va dal XIV secolo fino alla seconda metà del 1800, offrono un’ampia panoramica della pittura italiana e non. Tra queste, naturalmente, anche parte della produzione artistica dello stesso Duranti.

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Al terzo piano di Palazzo Leopardi è allestito il Museo di arte sacra. Si tratta di opere d’arte di diversa provenienza, qui riunite per ovviare a problemi di conservazione dovuti alla chiusura di alcune chiese del luogo come quelle di San Francesco, Sant’Agostino e Sant’Andrea. Tra le opere di maggior pregio: la scultura trecentesca di arte umbro-marchigiana rappresentante la “Vergine in trono con Bambino”, comunemente detta “Madonna del Girone”; i dipinti di Simone De Magistris, celebre artista della vicina Caldarola, qui presente con la splendida pala della “Madonna del SS.mo Rosario” e “L’Adorazione dei Re Magi”; il dipinto con la “Vergine e il Bambino” realizzato da Suor Luicia Ricci, figlia di Ubaldo di Fermo; e ancora un numero consistente di dipinti, dallo stile inconfondibile, realizzati per mano di Domenico Malpiedi, artista originario di San Ginesio vissuto a cavallo tra il XVI e XVII secolo.

Al primo piano è invece collocato il Museo faunistico dei Sibillini, dove sono esposte le specie più significative dell’Appennino centrale.

Maggiori informazioni sulle opere ospitate da Palazzo Leopardi possono essere trovate sul sito www.pinacotecafortunatoduranti.it.

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Proseguendo sulla via principale si giunge alla graziosa piazza Re Umberto I, da cui si coglie appieno lo splendido paesaggio dei monti Sibillini.

Vale la pena soffermarsi sulla vista della cima della Sibilla, il monte che prende il nome dalla profetessa che predisse la nascita di Cristo.

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Qui, a 2150 metri, si apre la famosa Grotta della Sibilla, punto d’accesso al regno sotterraneo della regina, resa famosa da Andrea da Barberino nel suo romanzo cavalleresco Il Guerrin Meschino. Il complesso ipogeo viene descritto per la prima volta nel 1420, sulla scorta dei racconti popolari raccolti sul posto, dal francese Antoine de La Sale che si reca alla grotta su ordine della Duchessa Agnese di Borgogna. A causa delle frane avvenute all’interno della grotta, de La Sale può disegnarne soltanto la pianta topografica del vestibolo dell’antro. Si tratta di un ampio spazio circolare, con dei sedili di pietra scavati tutt’intorno nella roccia. Il documento originale dello scrittore è conservato nella Biblioteca nazionale di Parigi.

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La più recente descrizione, che non si discosta di molto da quella del de La Sale, è quella del geologo Cesare Lippi Boncambi, entrato nella grotta nell’agosto del 1946, poco prima del definitivo crollo dell’ingresso.

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Il dibattito sulla riapertura della grotta, in corso da decenni, è ancora un tema appassionato per storici, ambientalisti e cittadini.

Nella piazza Umberto I si svolge ogni anno, agli inizi di settembre, anche la singolare Sagra della cucciola, cioè della lumaca. La manifestazione, giunta alla 47ma edizione, richiama nel piccolo centro appassionati da tutta la regione.

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Sulla piazza fa bella mostra di sé l’imponente ed elegante Palazzo Spagnoli che, insieme a Palazzo Leopardi, Palazzo Amorosi ed altre residenze di notevole pregio, ben fa intendere quale fosse lo status della piccola Montefortino nei secoli scorsi.

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Ad ogni angolo c’è comunque qualcosa da scoprire: uno scorcio, un’iscrizione, una particolarità. A Montefortino i segni del tempo e della storia sono diffusi in tante piccole cose da gustare.

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Tra gli edifici meritevoli di una visita, ci sono sicuramente le due chiese di Sant’Agostino e di San Francesco, appena fuori l’incasato storico, lungo la strada che sale da Largo della Pieve. Solitamente chiuse al pubblico, sono visitabili su richiesta.

La Chiesa di Sant’Agostino, datata probabilmente 1320, era un tempo annessa ad un antico convento dei frati agostiniani, soppresso nel 1654, di cui oggi rimangono solo resti del porticato.

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La torre campanaria è stata aggiunta intorno al XV secolo. L’edificio ha due ingressi sulla parete a sud: quello principale, di forma ogivale, conserva, benché bisognoso di ristrutturazione, un bel portone in legno.

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L’interno è ad una sola navata rettangolare, con il presbiterio rialzato e l’abside semicircolare. Fino al 1500 l’altare maggiore era collocato nella parte opposta a quella in cui ora è si trova.

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A sinistra dell’ingresso si può ammirare la cappella dei Santi Re Magi, detta anche di San Giuseppe, commissionata da Desiderio Leopardi nel 1557 e decorata dal pittore Simone De Magistris da Caldarola, molto attivo in quegli anni in tutto il Piceno. Sul lato destro del presbitero si trova l’altare della Madonna delle Grazie, risalente al 1603 e successivamente modificato dalla Congregazione di San Francesco da Paola che, nel 1715, commissionò al pittore Ubaldo Ricci il quadro del suo patrono. Per questo l’altare fu anche denominato altare di San Francesco da Paola. Nel 1662 fu eretto il secondo altare dedicato alla santissima Vergine, a sant’Agostino e a san Carlo, con stucchi attribuibili al maestro Domenico Malpiedi.

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Proseguendo sulla strada e superando l’antico ospedale, si giunge alla Fortezza del Girone, la rocca munita di bastioni di difesa che costituì il primo nucleo abitativo del paese. Della fortezza rimangono solo alcuni resti sul lato meridionale e la campana del 1310.

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La rocca fu smantellata negli anni 1442-1444 dagli stessi Farfensi per impedire il perpetuarsi della tirannia fermana. Fu salvata solo la cappella dedicata a Santa Maria del Girone, di cui restano visibili alcune monofore chiuse sul lato meridionale della attuale chiesa di San Francesco. I materiali della fortezza furono impiegati per la costruzione del nuovo edificio e dell’attiguo convento di frati minori francescani intorno al 1549. Il convento, soppresso nel 1810, fu poi lasciato in completo abbandono fino alla rovina.

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All’interno della chiesa, ad unica navata coperta da capriate in legno, troviamo cornici in stucco in stile barocco con dipinti ancora ben conservati: il “Martirio di san Pietro”, il “Martirio di san Lorenzo”, “San Giovanni Battista nel deserto”, “Santa Maria Maddalena penitente”, la “Strage degli Innocenti” ed il “Martirio di Santo Stefano”.

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Da qui provengono alcune opere già citate custodite nel Museo di arte sacra: la “Madonna del Rosario” del 1577 di Simone De Magistris, la scultura trecentesca della “Madonna del Girone”, un Crocifisso ligneo e un tabernacolo del Seicento. Le decorazioni del presbiterio vennero realizzate negli anni 1631-35 da Domenico Malpiedi. I due cori lignei sono del 1400 e del 1300: quest’ultimo proviene dalla chiesa di Sant’Agostino. La tribuna è del XVIII secolo.

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All’uscita dal paese, subito dopo la Porta Santa Lucia, troviamo infine la chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta anche Madonna del Ponte.

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Edificata nel 1647 per volere di alcune famiglie locali, fu destinata ad ospitare l’immagine della Vergine, ritenuta miracolosa, fino ad allora collocata in una edicola all’aperto. L’edificio ha pianta a croce greca con una bella cupola ottagonale che prende luce da un lanternino. Agli stucchi interni lavorò ancora Domenico Malpiedi, che dipinse anche le “Storie della Vergine” ed alcune figure di Santi.

Il vasto territorio comunale conserva almeno altri due edifici sicuramenti meritevoli di visita, seppur per motivi diversi.

Il primo, sulla strada tra Montefortino e Montemonaco, è la stupenda ed antichissima Pieve di Sant’Angelo in Montespino.

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La Pievania, a cui si giunge per una strada sterrata non proprio agevole ma comunque praticabile in auto, spicca su un colle, con una vista incredibile che dei Monti Sibillini si allarga sui Monti della Laga fino alla costa adriatica.

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Edificata nel VI secolo ed in origine dedicata a San Michele Arcangelo, la Pieve compare già nel documento “Chartula Convenientiae”, il contratto di enfiteusi tra il vescovo di Fermo Gaidulfo ed il conte Mainardo, datato gennaio 977.

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Accanto al presbiterio una iscrizione su lapide, ora trafugata, datava 1064 la consacrazione dell’altare maggiore. Tutto lascia supporre che fosse già dunque quella attuale la struttura dell’edificio. La Pieve, a pianta basilicale con il presbiterio sopraelevato, è costituita da tre navate coperte a capanna, illuminate da monofore.

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La splendida cripta è probabilmente parte originale della chiesa romanica primitiva. La torre con campanile, un vero e proprio punto privilegiato di avvistamento, fu elevata nel sec. XV.

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Tra il X ed il XII secolo la Pieve era la più importante della Diocesi di Fermo ed esercitava l’autorità per conto del vescovo su oltre cinquanta chiese. Nel 1444 il pievano fece erigere entro le mura di Montefortino la Chiesa di Santa Maria Nuova, ora Chiesa di San Michele Arcangelo, per stabilirsi in un luogo sicuramente più comodo: fu così che per l’edificio di Montespino cominciò un lento disuso.

Secondo una antica tradizione popolare, nella Pieve di Sant’Angelo ogni colonna ed ognuna era dedicata ad una malattia. I malati, fiduciosi nella guarigione, andavano a strofinarsi sulla apposita colonna.

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Sempre partendo da Montefortino ci si può invece dirigere verso il Santuario della Madonna dell’Ambro, che prende il nome dal piccolo torrente che scorre accanto all’edificio.

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La chiesa, dell’XI secolo, venne completamente rinnovata, con lavori durati trent’anni, a partire dal 1603 mentre il conventino, il porticato ed il campanile sono costruzioni del XX secolo. La primitiva cappella fu voluta in seguito al miracolo dell’apparizione della Madonna a Santina, una pastorella muta dalla nascita che riacquistò la parola.

La Cappella della Madonna è decorata con opere di Martino Bonfini da Patrignone (XVII sec), Domenico Malpiedi (1634), Virginio Parodi (1928). Nella cappella dell’Apparizione, dietro l’altare maggiore, è custodita una statua in pietra policroma di scuola umbro-marchigiana del XV secolo.

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Il monumentale Santuario, a 683 metri di altitudine, è retto dai Padri Cappuccini ed è meta di costanti pellegrinaggi.

 

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