Non solo legno

di Giuseppe Di Bello

Il Castellano, durante l’Ottocento, non è stato solo fiume di legna; è stato anche fiume di carta, di rame, di ferro, di farina, di pellame, di vetro: di tutti quei prodotti cioè che uscirono dagli opifici posti sulle sue rive.

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Erano tre: il complesso polifunzionale della cartiera, il molino di Sotto e quello impropriamente definito, nel Novecento, l’antica cereria, ma che sarebbe più idoneo definire l’antica concia.

Il più antico opificio è quello polifunzionale della cartiera.

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Dico polifunzionale perché al suo interno ospitava un mulino (detto di Sopra), la cartiera propriamente detta e un maglio per battere il rame ed il ferro (fino alla fine del Settecento il locale del maglio era utilizzato come gualchiera, cioè locale per la battitura e follatura dei tessuti). L’acqua del Castellano, incanalata attraverso un condotto sotterraneo (una rarità per l’epoca, dal momento che quasi tutti gli opifici in zona – segnatamente gli altri mulini –  erano alimentati da canali “a breccia bianca”, cioè scoperti e con sponde in argilla), andava prima ad azionare le pale del mulino; quindi veniva raccolta nell’ampio cortile interno, che serviva da vasca di carico per alimentare i martelletti delle pile utilizzate per battere gli stracci da cui ricavare la carta; infine una terza canalizzazione permetteva l’azione del maglio per battere i metalli.

Testimonianze relative all’esistenza della cartiera risalgono al Medioevo. Già nel 1512 sua proprietaria era la Camera Apostolica di Roma. Questa era l’ente pontificio incaricato di gestire le finanze dello Stato (quindi anche di raccogliere i tributi erariali) e di provvedere all’attività degli stabilimenti manifatturieri di maggiore importanza. La Camera peraltro non aveva propri uffici decentrati sul territorio, ma si serviva di figure che agivano in ambito locale: i Tesorieri. Questi erano usualmente rappresentanti dei ceti nobiliari locali, che curavano per conto della Camera la riscossione di tasse e gabelle e gestivano l’attività degli opifici. Il Tesoriere si impegnava a versare ogni anno alla Camera un importo prestabilito; la sua area di profitto era dunque costituita dal sovrappiù ottenuto nell’esazione delle gabelle (e si può immaginare come obiettivo dei Tesorieri fosse quello di applicare in modo ferreo ed anche spregiudicato la legislazione fiscale). Nel corso del Settecento, per lunghi periodi, l’incarico di Tesoriere della Camera Apostolica per lo Stato di Ascoli fu retto da esponenti della famiglia Merli: dal 1723 al 1750 Tesoriere fu Giuseppe Merli; dal 1759 al 1792 fu il figlio di questi, Luigi Merli (che chiameremo Senior per distinguerlo dal nipote omonimo, che sarà un protagonista delle vicende che vedremo in seguito).

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Nella seconda metà del Settecento, anche all’interno degli Stati della Chiesa vennero imponendosi idee liberalizzatrici in tema di commerci. Particolarmente durante il pontificato di Pio VI vennero soppresse numerose tasse e gabelle riguardanti i diritti di transito delle merci. E’ naturale pensare che tali provvedimenti non raccogliessero il consenso dei Tesorieri. Non a caso, a partire dal 1783 Luigi Merli mise in atto numerosi tentativi per vedere ridotti gli importi da versare alla Camera Apostolica. In altri termini, venne a crearsi un contenzioso che fu risolto nel 1792, grazie anche all’opera di monsignor Giovanni Merli, fratello di Luigi e dignitario di Curia (era prefetto della Congregazione del Buon Governo); il 2 marzo di quell’anno, Luigi Merli rinunciò alla carica di Tesoriere e ottenne in compensazione in enfiteusi perpetua ereditaria maschile il possesso degli edifici camerali all’interno della città di Ascoli, cioè la Cartiera ed il molino di Sotto. In pratica, poté fruire di questi stabilimenti come proprietario, salvo l’obbligo di pagare ogni anno alla Camera Apostolica la somma di 340 scudi romani.

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Da gabelliere, Luigi Merli si trasformò in imprenditore. Smantellò l’antica gualchiera ed installò al suo posto un maglio per battere il ferro. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1803, i suoi eredi, sei figli maschi (tra i quali assunsero rilievo il primogenito Giuseppe, il secondo Camillo ed il sesto Francesco), ampliarono l’attività metallurgica anche alla lavorazione del rame. In una lettera del 1809 del prefetto del dipartimento napoleonico del Tronto, il complesso della Cartiera fu definito l’unico stabilimento industriale degno del nome nell’intero dipartimento, il cui territorio comprendeva i territori delle attuali province di Ascoli e Fermo e di parte di quella di Macerata (in particolare la zona di Camerino).

Intorno al 1810, tuttavia, due vicende misero a serio repentaglio la prosecuzione delle attività di famiglia. Un dissidio familiare tra Giuseppe Merli e la moglie Francesca Saladini portò alla separazione dei due, poco dopo la nascita del figlio Luigi Junior. Francesca Saladini rivendicò il pagamento della dote e di quanto le spettava sulla base del contratto matrimoniale, stipulato nel 1792. Nel 1811, inoltre, una piena rovinosa del Castellano danneggiò seriamente le strutture del complesso della Cartiera, che rimase inagibile per molti mesi. I Merli si trovarono nella condizione di non poter far fronte alle pretese giudiziali avanzate da Francesca Saladini ed avallate dal Tribunale di prima istanza di Ascoli. Per impedire che gli opifici andassero all’asta e per non perdere quindi i diritti enfiteutici, raggiunsero un accordo con Francesca Saladini, nel 1812, in base al quale cedettero a questa i propri diritti sul molino di Sotto. Un secondo accordo, del 1817, sancì l’attribuzione a Francesca Saladini dei diritti enfiteutici anche sul molino di Sopra. Avvenne quindi una separazione tra i due rami della famiglia Merli: uno, guidato da Francesca Saladini e poi dal figlio Luigi Merli, si occupò dell’attività molitoria; l’altro, guidato prima da Camillo e poi da Francesco Merli, si dedicò all’attività cartaria.

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Peraltro, in alcuni periodi dell’Ottocento, la famiglia Merli non gestì direttamente la Cartiera, ma la concesse in affitto a società formate da altri imprenditori locali. Nel 1862, nuda proprietà ed enfiteusi vennero a riunirsi; in quell’anno infatti, Luigi Merli acquisì per sé e i nipoti Francesco ed Enrico la nuda proprietà degli opifici dai marchesi Pallavicino di Genova, che a loro volta l’avevano acquisita dalla Camera Apostolica nel 1839.

Tre rilevazioni statistiche, effettuate nel 1808, nel 1824 e nel 1861 possono permetterci di valutare lo sviluppo delle produzioni all’interno della Cartiera. Nel 1808, dall’opificio uscivano 2400 risme di carta, 800 delle quali erano esportate nel vicino Regno di Napoli. Gli operai impiegati erano 27. Nel 1824, era segnalato un incremento di attività: infatti in quell’anno furono prodotte 7933 risme di carta e 19739 libbre di carta “da peso”. L’occupazione era cresciuta a 32 unità. Infine, nel 1861 le risme di carta prodotte erano circa 10000, senza tener conto della cosiddetta “carta da pesce”. La forza lavoro era composta da 45 operai adulti, 5 fanciulli, due impiegati ed un direttore.

Riassunta direttamente la gestione della Cartiera nel 1870, Enrico Merli progettò di ampliare ulteriormente  l’attività cartaria; nel 1876 si associò con Luciano Luciani per installare nei locali della Cartiera la cosiddetta “macchina senza fine”, per consentire una lavorazione a ciclo continuo. La nuova iniziativa consentiva la produzione di sei quintali di carta al giorno e occupava dodici uomini e cinque donne. Il tentativo si rivelò però effimero, ed anzi nel 1879 egli decise di abbandonare l’attività, stipulando un nuovo contratto di affitto con una nuova società, composta questa volta da  Venanzio Galanti e Filippo Rossi Panelli.  Questa società divenne proprietaria dell’opificio nel 1896, rilevandola da don Francesco Merli e dagli eredi di Enrico Merli. Nel 1890, Galanti reintrodusse una macchina a ciclo continuo per la lavorazione di carta ad uso involto e imballaggi. Durante tale gestione, la forza lavoro oscillò tra le 35 e le 37 unità. La ditta Galanti e Rossi Panelli esercitò l’arte cartaria fino al 1926, anno in cui l’edificio fu ceduto all’Unes, che lo trasformò in centrale elettrica, dopo aver acquisito (nel 1934) anche il locale del molino di Sopra.

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La statistica pontificia del 1824 testimonia la scomparsa della lavorazione del rame nel complesso della Cartiera. Continuava ad essere esercitata la lavorazione del ferro, di cui si occupava il trentino Nicola Voltolini. Questi, di sentimenti liberali, fuggì da Ascoli nel 1831, in quanto fatto oggetto di persecuzione da parte dei legittimisti papalini, dopo il fallimento della sollevazione patriottica di quell’anno. Nella seconda metà dell’Ottocento, dovette esservi la prosecuzione di un’attività metallurgica nell’antico locale del maglio di ferro, resa possibile dall’opera di Leopoldo Wick, un napoletano trapiantato nella città picena.

Il secondo opificio degno di attenzione è il molino di Sotto, posto a poca distanza dalla confluenza del Castellano nel Tronto.

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Ho già ricordato come nel 1812 Francesca Saladini fosse divenuta enfiteuta dell’opificio. La nobildonna ascolana nel corso della sua attività mirò ad espandere l’attività molitoria acquisendo nel 1821 il molino di Mozzano. Nel 1850 le subentrò nella gestione degli affari di famiglia il figlio, Luigi Merli junior. Questi iniziò assai presto ad introdurre significative novità nelle strutture degli impianti molitori. Presso il molino di Mozzano fu costruita una diga in legname sul Tronto per regolare il flusso delle acque. Nel 1858, un’inondazione del Castellano arrecò seri danni al molino di Sotto. Ciò spinse Luigi Merli ad una radicale ristrutturazione del complesso.

Tra i pilastri del ponte di Cecco fu eretta una diga in muratura e fu creato un bacino di carico per convogliare le acque del Castellano in un condotto sotterraneo.

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Il condotto raggiungeva il molino di Sotto, radicalmente trasformato grazie all’erezione di uno stabile a cinque piani. La trasformazione rese l’impianto attivo tutto l’anno. La capacità produttiva annua era di 40 mila ettolitri di cereali.

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Nel 1875, nello stabile furono impiantati anche un pastificio e cinque forni per la produzione di pane.  Nel 1882, vennero installate nuove e più moderne macine. Nel 1885 le tradizionali ruote motrici a cassette vennero sostituite da turbine ad azione e fu impiantato un sistema di macinazione completa del frumento, con l’introduzione del sistema a cilindri. Fece la sua comparsa anche una prima turbina per la produzione di energia elettrica (campo nel quale il nipote di Luigi Merli, Francesco Luigi, avrebbe allargato la tradizionale attività di famiglia, all’inizio del XX secolo, con la trasformazione in officina elettrica del vecchio molino di Mozzano) e lo stabilimento fu collegato con un cavo telefonico al palazzo Merli, in via delle Torri.

La forza lavoro impegnata nello stabilimento di Luigi Merli era di venti unità. L’attività di produzione di paste alimentari sarebbe poi proseguita nel Novecento, per opera della famiglia Merli prima e poi di altri imprenditori ascolani, tra i quali Pignoloni e Bucciarelli, che nel 1921 rilevarono da Francesco Luigi Merli la proprietà della società anonima Molini e Pastifici.

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Chi era bambino negli anni Sessanta ricorda ancora sugli scaffali dei negozi di generi alimentari i pacchi di Pasta Picena, commercializzati fino al 1971, anno in cui la Molini e Pastifici cessò l’attività.

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Una cosa da ricordare è il fatto che, fino alla cessazione delle lavorazioni, lo stabilimento fu sempre autosufficiente sotto il profilo energetico, auto producendo l’energia elettrica necessaria per le lavorazioni in virtù dell’antica derivazione d’acqua.

Nel 1847, sulle sponde del Castellano presso porta Torricella sorse un terzo opificio industriale.

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Nel luglio di quell’anno infatti, i commercianti ascolani Domenico Biondi, Antonio Negri e Giuseppe Salmoni si associarono al mercante anconetano Salomone Calef in una società destinata ad esercitare la concia del pellame. L’attività ebbe però vita effimera. I soci ascolani progressivamente uscirono dall’iniziativa, che fu quindi gestita dal solo Calef. Questi abbandonò l’attività della concia nel 1856 ed anzi cedette lo stabilimento alla ditta pesarese Salomon Raffaele Foligno. L’opificio restò inoperoso fino al 1877.

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In quell’anno, i Foligno cedettero lo stabile a Michele Marcatili, il quale da poco si era associato ai fratelli Guido e Ugo Silvestri nell’attività di produzione del vetro. I soci avevano deciso di trasferire la fabbrica sita in via della Vetriera (traversa di via Pretoriana) sulle sponde del Castellano per potenziare le produzioni, che avevano assunto un interessante sviluppo nel corso di tutto il XIX secolo.

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E’ da riferire infatti che l’attività di produzione del vetro, già esistente nel 1808, era stata rilevata da Emidio Silvestri (nonno di Guido ed Ugo) nel 1813. Questi nel periodo 1813 – 1824 aveva gradatamente dato sviluppo alle produzioni, passate da 5 a 44 quintali di vetri; venivano fabbricati boccioni di vetro e cristalli e lastre di vetro verde “ad uso di Venezia”. La fabbrica lavorava solo nei mesi invernali, caratteristica questa che ritroviamo anche nel 1861, anno in cui proprietario dell’opificio era il figlio di Emidio Silvestri, Antonio, e direttore Antonio Meletti, padre del più celebre Silvio. Peraltro, nel corso del tempo si era avuto un notevole sviluppo delle produzioni, se è vero che in quell’anno furono lavorati 500 quintali di vetro.

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Nel 1877, come detto, i figli di Antonio Silvestri, Guido e Ugo, associati a Michele Marcatili, tentarono di far decollare definitivamente l’attività vetraria. Affidarono a Luigi Merli il compito di costruire una derivazione d’acqua e di raddoppiare le superfici utilizzabili, Nello stabilimento furono installati 72 torni e furono impiegati 180 operai, attivi per 225 giorni all’anno. Dallo stabilimento uscivano giornalmente 6000 pezzi di ogni forma e dimensione, il che rendeva possibile la produzione di 1.350.000 pezzi all’anno. Indubbiamente la fabbrica era divenuta la più importante realtà industriale sorta sulle sponde del Castellano. Purtroppo, però, la sua vita fu effimera. I profitti non risultarono all’altezza delle previsioni ed anzi si registrarono perdite così ingenti da indurre i soci a cessare l’attività ed a sciogliere la società nel 1888.

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Dopo quella data, l’opificio fu utilizzato dai fratelli Silvestri per le attività connesse alla fluitazione del legname e – all’inizio del XX secolo –  fu trasformato in officina per la produzione di energia elettrica.

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Ho fatto riferimento, descrivendo le vicende del terzo opificio industriale, alla famiglia Silvestri. Questa fu attiva, come detto, nella lavorazione del vetro e nel commercio di legname, fluitato lungo il Castellano. Ma occorre ricordare che fu una delle famiglie ascolane che fecero una grande fortuna nel campo dell’attività di confezionamento del seme-bachi, grazie agli intimi rapporti che la legava a Giovanni Tranquilli, il padre della bacologia ascolana. Fu, questa, l’area di attività che conobbe un successo spettacolare nel periodo che va dal 1870 al 1930 e che rese Ascoli il centro del più importante distretto bacologico italiano e forse europeo.

(Relazione all’incontro “Il fiume di legna” – Ascoli Piceno, 6 giugno 2015)

 

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